SEGNI

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di Matteo Pelliti

Lapis #12  Segni (in difesa di Thamsanqa Dyantyi)

«Non era necessario parlare né agli angeli né agli animali inferiori: la parola anzi sarebbe stata data loro inutilmente, e la natura rifugge appunto dal far cose inutili. Se infatti consideriamo con perspicacia qual è il nostro scopo quando parliamo, appare chiaro che esso consiste soltanto nello spiegare agli altri ciò che la nostra mente concepisce. È evidente pertanto che gli angeli non hanno affatto bisogno di quel segno che è il linguaggio, perché possiedono per manifestare i loro gloriosi pensieri una prontissima e ineffabile capacità intellettuale: grazie ad essa si rivelano totalmente l’un l’altro di per se stessi, o forse si conoscono in quello Specchio fulgentissimo in cui sono tutti riprodotti nella loro somma bellezza e in cui tutti ardentissimamente si specchiano»
(De vulgari eloquentia, II)

Se non stava traducendo per loro, quindi, per gli angeli, per chi e come stava traducendo il nostro buon Thamsanqa Dyantyi?  Il nome, non sembri di fantasia, è quello dell’interprete cui ha dato effimera e planetaria fama, nel mondo attuale, una perfomance tragica e bellissima, trasmessa in mondovisione durante l’omaggio a Nelson Mandela nello stadio di Soweto: tradurre i discorsi ufficiali usando un linguaggio dei segni fittizio, parziale, inventato. La vicenda è stata ghiotta dal punto di vista dei media – già rapidamente consumata – e si presta, nella sua rappresentazione iconografica, ad una condensazione estrema tramite gif animata (vedi qui).

Numerose le prese di posizione, le dichiarazioni sdegnate contro il sedicente traduttore sudafricano schizofrenico, secondo una sua tesi difensiva. E poi gli approfondimenti (un video tra centinaia), le interviste al “colpevole”, i video di confronto tra ipotetica traduzione reale e quella finta. C’è chi ha parlato di movimenti infantili e ripetitivi delle mani, “come se quest’uomo nella sua vita non avesse mai imparato una sola parola nel linguaggio dei segni”. Eppure vi è qualcosa di filosoficamente interessante, di esteticamente notevole, proprio a partire dall’evocazione degli angeli fatta da Thamsanqa:  “Vedevo gli angeli dentro lo stadio”. Il caso diventa caso planetario, ed ecco “l’estetica del fake” che si trova qui attualizzata alla potenza, in modo che si definisce “virale”.

Nel vero-falso linguaggio dei segni, che “significa” senza significare e, proprio per questo, diventa ipersignificante, sta qualcosa del nostro presente. Se il “fake interpreter” non stava usando un linguaggio “comprensibile”, cioè usabile, da una data comunità di parlanti (i non udenti di lingua inglese) non per questo vuol dire che quel linguaggio usato da Thamsanqa non sia egualmente…un linguaggio. Il “thamsanquese” non è un linguaggio privato. Ed è bello, quel linguaggio, perché, in mondovisione, proprio nella Babele orizzontale in cui sempre più siamo chiamati a vivere e a cercare di capirci, introduce un elemento di grande suggestione estetica: non dice niente dicendo qualcosa. Il puro gesto nell’aria che si oppone alle parole alate della retorica funeraria, uguale in tutte le lingue del mondo, anche se per celebrare la perdita di un monumento come Mandela, ci dice qualcosa. Ci dice qualcosa di tragico del presente: il segno vuoto. Mandela, dal canto suo, avrà certamente sorriso di Thamasanqa, ed avrà pure compreso perfettamente – non avendo più bisogno di linguaggio, come gli angeli –  i gesti del nostro interprete “schizofrenico”, e il suo messaggio rivolto al mondo.

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