LA BANALITÀ DEL BENE. GUIDA ALL’UNIVERSO DI JOVANOTTI

il bureau - jovanotti
 


di Alessio dell’Anna

Confesso, mi sono chiesto, e a lungo, negli ultimi anni, i motivi per cui Jovanotti goda di un successo così incredibilmente incondizionato presso il pubblico italiano, così come allo stesso tempo il perché di uno spasmodico interesse culturale esercitato dai media nei suoi confronti, magari a ridosso di eventi televisivi come quello della settimana scorsa; evento successivamente al quale l’universo mediatico è stato letteralmente subissato da una valanga di tweet e commenti osannatori, alcuni francamente deliranti, come questo di Gregorio Paolini:

«Grazie a Lorenzo Cherubini, Raiuno ha rotto l’isolamento rispetto a fasce fondamentali della popolazione attiva (…) Per moltissimi spettatori di Raiuno l’esperienza delle due ore di Jovanotti sarà stato una specie di shock culturale. In pochi istanti lo zoccolo di Raiuno è passato da un linguaggio televisivo tradizionale (…) all’alfabeto post-televisivo…»

La cosa che risulta però evidente è come negli ultimi anni l’attenzione per Jovanotti abbia nettamente travalicato i meriti artistici -su cui si può discutere o meno- per andarsi a inscrivere in quella che ha preso sempre più le forme di una vera e propria isteria “culturale”, che ha superato ormai abbondantemente i limiti della “moda”. Un interesse morboso, legato non solo all’attività artistica del cantante, ma soprattutto al suo pensiero riguardo tematiche sociali, politiche, oserei dire quasi filosofiche.

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Per capire perchè bisogna fare un passo indietro. Jovanotti negli ultimi anni ha saputo sopravvivere a un mondo musicale in evoluzione con virtù camaleontiche che, perlomeno alla luce dei risultati ottenuti, farebbero invidia a qualsiasi artista; nessuna produzione particolarmente avanguardistica, sia chiaro, solo una buona dose di beat ed elettronica, quanto bastava per restare a galla in un mercato discografico in cui gli standard della canzone pop andavano ridefinendosi.

Il punto è che Jovanotti non si è fermato solo a una “lucidata” stilistica; dopo il successo di Safari, (2008), è andato ben oltre, ponendosi chiaramente come un artista dalle velleità filosofiche, nascoste (ma neanche tanto) dietro produzioni apparentemente disimpegnate e gioviali. Un autocompiacimento intellettuale basato su un ottimismo incondizionato e semplicistico, che trova la sua valvola di sfogo in un circuito mediatico che si autoalimenta, attraverso mise sgargianti e spettacoli colorati, nell’esplosione caleidoscopica di una poetica “del bene” che sottende la quasi totalità dei suoi pezzi perlomeno dal disco Ora (2010), fino agli ultimi tormentoni estivi.

Il postmoderno genera mostri

La sensazione generale, quando si entra in contatto col mondo musicale di Jovanotti, è come quella di un’ubriacatura dialettica che venga dal nulla e vada verso il nulla.

Jovanotti cita tutto quello che si trova davanti con uno sprezzo del rigore filologico che per certi versi si potrebbe anche definire postmoderno, nella misura in cui appiattisce, banalizza, e rimescola concetti semanticamente complessi (“Spingo il tempo al massimo / come fossi un bolide /italiano e apolide/ posizioni scomode“; “E’ questo quello che sognavo da bambino / un po’ di apocalisse e un po’ di Topolino / un po’ di Hello Kitty e  un po’ di Tarantino”). Sono testi che mancano di qualsiasi radice culturale, visione poetica, slegati, quasi impermeabili alle critiche talvolta proprio in virtù delle loro banalità (“la gente mormora/falla tacere praticando l’allegria”). Ma il gioco, seppur sottile, rimane comunque visibile, anche perché di tanto in tanto si sprofonda in baratri (“Si vince si perde / si pestano merde”) di fronte ai quali nemmeno produzioni perfettamente cesellate, e quelle di Jovanotti lo sono, riescono a coprire le misere architetture intellettuali dei suoi testi.

Il suo non è un divertissement stilistico, magari un po’ dadaista, ma solo una pratica vuota, colorata delle tinte di un superomismo truffaldino e mistificatore (“Spingo in simultanea /dentro ad un circuito/ vivo nell’intuito / nel pensiero indomito”) che gioca con l’eternità (che è un battito di ciglia), il big bang (il cui successivo più grande spettacolo siamo noi), e le stelle (che cadono nella notte dei desideri), riducendo l’universo a una sorta di pacchetto di patatine semiotico. Un tentativo magari di trasportarci da una parte dall’altra del suo meraviglioso mondo con la stessa fluida visionarietà nuovi mezzi di comunicazione, (“Le mie braccia sono lunghe come l’equatore/se allungo la mano tocco il sole / le mie gambe lunghe come un grattacielo / con un salto, altro emisfero”) ma che si riduce a un racconto confuso, evasivo e autoreferenziale.

Fra l’altro è per questo che i suoi interventi sono ambitissimi dai giornali, perché nella loro estrema semplificazione non necessitano di nessun lavoro postumo, parlano direttamente alla “gente” regalando visioni familiari e allo stesso tempo entusiasmanti. Se poi c’è anche una spruzzata di politically correct mascherata da pensiero post-ideologico, allora la complicità dei giornalisti, già particolarmente elevata -come nell’intervista di Gramellini per la Stampa-, tocca vette orgasmiche:

«Avevo un babbo anticomunista e una zia del Pci. Sotto casa c’erano un ritrovo di fasci e uno di comunisti. A me piacevano le moto dei comunisti e le scarpe dei fascisti. Non ho sovrastrutture ideologiche».

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Il superamento di queste categorie “jovanottiane” non è la conseguenza di un ragionamento coerente, ma solo il frutto di una visione distorta e sovraeccitata del mondo, che peraltro credo sia solo la causa -e non il racconto- della sua esperienza artistica recente.

L’eredità di Veltroni e Vinicio Capossela

Resta da capire perché, a parte questo, tanto interesse dai giornali. Tralasciando il fatto che il sistema culturale italiano sia da sempre, perlomeno ai vertici, pavido e clientelare, con un’immancabile vocazione al provincialismo, per cui il meglio della musica italiana che consideriamo esportabile all’estero sia Benny Benassi (almeno per come la vede Castaldo), c’è da notare che Jovanotti si sia inserito in un momento storico che non potrebbe, alla luce dei temi trattati nelle sue canzoni, e soprattutto del suo linguaggio, essere migliore.

La sinistra italiana ha messo via i completi marroni di Occhetto e sdoganato la new age veltroniana, ma non trovando simboli politici, è alla disperata ricerca perlomeno di portavoce culturali e artistici entro cui mappare e riscrivere non solo i confini di un pubblico, ma di un elettorato. Saviano, Benigni, Baricco, il partito di Repubblica. Sono queste le idee che girano nell’epoca post-veltroniana del nuovo compromesso storico. Fallito il modello “Capossela”, ovvero di un elitarismo posticcio con una vocazione per la pizzica e la gastronomia etnica in cui rifugiarsi mentre il berlusconismo dilagava facendo della cultura terra bruciata, ci siamo svegliati a inizio 2010 col bisogno di simboli più trasversali -anche qui- postmodernicamente “slegati” dalle vecchie concezioni ideologiche. In questo senso Jovanotti è stato per la musica un po’ quello che Matteo Renzi sta rappresentando per la politica: si rivolge a una middle class italiana che culturalmente non è affatto morta, e nuota ancora, sospinta a fatica da radio tv, e giornali, nella stessa piscina culturale.

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I fan

Oltretutto il suo “ottimismo (“Non mi han convinto i pessimisti, no”, “Una festa infinita / la vita”) è perfetto per l’epoca dove coniamo termini come “governi del fare”, dove l’esigenza di raccontare qualcosa di positivo, seppur totalmente vacuo, è essenziale pur di distogliere almeno un attimo lo sguardo da un baratro economico e politico senza precedenti.

Sono precetti, questi, che i suoi fan hanno assimilato benissimo, e che riversano anche nelle recensioni dei suoi libri sparsi per i vari internet bookshop (sì, esiste anche una letteratura parecchio estesa su e di Jovanotti, fra cui si annoverano saggisti del calibro di Piotta). Si firmano, salutano “Lore”, o “Jova”, e tentano di emularne le raffinate similitudini con espressioni tipo“questo libro è una goccia di sole”, certificandone il valore perché “arriva al cuore delle cose”, o è “un concentrato di vita”. Il migliore commento comunque è quello che vuole forse giustificare un linguaggio non proprio aulico riconoscendogli la virtù di “non avere la pretesa di fare letteratura”, dopo aver scritto tre libri. Ma Jovanotti è “un artista della vita”, e allora gli si perdona anche qualche strafalcione di troppo, o qualche congiuntivo dimenticato per la strada.

Il Grande Boh!, comunque, rimane a mio parere quello col titolo più appropriato per commentarne la presenza in libreria. Più chiari invece i motivi per cui temo continueremo a trovarcelo nelle pagine culturali dei vari quotidiani ancora a lungo, almeno finché l’eternità di questo carrozzone mediatico non abbia scoccato il suo “battito di ciglia”.

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Commenti

commenti

25 Comments

  1. paolo settembre 11, 2013 Reply

    Ciao,
    ottima analisi, anche io ho scritto una cosa contro jovanotti e il suo parlare sempre e comunque d’amore..

  2. Diabolo Oro settembre 11, 2013 Reply

    Parlavo di Lorenzo (e questo un po’ mi schiera dal lato di chi un po’ lo segue, ma senza fanatismi, solo con interesse e affetto) pochi gg fa sulla bacheca di un amico.
    Davvero trovo che questa analisi sia ricca di spunti e riflessioni. Inevitabile, vista la suddetta attenzione mediatica, il movimento uguale e contrario. Con delle verità, attenzione.
    Condivido la critica all’uso che si è fatto del “fenomeno” Jovanotti, per scopi personali e politici (ma di certo non la condanno, ognuno ha delle proprie abilità per arrivare a un obiettivo); mentre un tantinello mi secca la critica all’artista.
    Con ovvie perplessità nei confronti di questo o quell’altro brano, nel corso degli ultimi 20 e più anni di carriera, Lorenzo è sempre riuscito a cambiare non solo con i tempi e col mercato (è il suo lavoro,un’azienda è capace di evolvere così seguendo i cambiamenti del mercato?), ma seguendo anche le evoluzioni proprie di ogni persona, di un “amico” come lo si conosce privatamente: dalla leggerezza (quasi ridicola, nel senso che fa ridere) di alcuni primi brani, che tuttavia all’epoca sentivo volentieri magari pensando che fossero un po’…strani, all’energia dei suoi venti anni espressa in un bellissimo funky (accompagnato da musicisti d’eccezione, italiani e nati in una cantina: Saturnino in primis, ma anche trombettisti, batteristi, ecc..); poi a temi più moderati e di “famiglia”, quando ne ha messa su una. Poi? Poi un po’ sono cambiati i suoni, l’industria della musica e i gusti delle persone si sono spappolati, e chiunque avrebbe dovuti cercare nuovi stimoli.

    Ora i testi delle canzoni sono asserviti al ritmo, principalmente, o più semplicemente è una fase in cui ha meno da dire, o forse senza discorsi con lunghi periodi. Solo parole e immagini. Va bene anche così. Io apprezzo lo sforzo di una semplicità che è rimasta tale negli anni, e credo che le persone che lo seguono (siamo in un momento un po’ buio, il bisogno di modelli sfocia in alcuni fondamentalismi, ma questo succede anche altrove) me compreso, trovano in questo il vero senso. Un senso di affetto verso la persona e l’artista, costante negli anni. E come tanti amici, ogni tanto può sparare una cazzata, allora si ride. Però trovo che abbia comunque mantenuto le cose da dire. Tutto il resto è noia.

    • Alessio Dell'Anna settembre 11, 2013 Reply

      Caro Diabolo, grazie per il commento, e soprattutto per l’equilibrio con cui è stato espresso.
      Mi fa piacere che la critica non sia stata vista tanto come un attacco all’artista o alla persona, ma piuttosto come un tentativo di spiegare i motivi per cui Jovanotti sia stato fatto oggetto di un dibattito oggettivamente più grande di lui , e sbagliato alla radice, (colpa più dei giornalisti che sua), oltre che incongruo coi suoi meriti artistici (gusti, ma essendo questo un blog di opinione mi permettono il vezzo di sfogarli :) ). Capisco anche la tua difesa all’artista, davvero, Farei lo stesso anch’io, per esempio, se qualcuno scrivesse un pezzo simile sugli U2, perchè mi sentirei tirato in causa rispetto a qualcosa che ho amato, e che artisticamente non vive il suo momento migliore. Gli affetti musicali sono sempre fra i più cari, e li difendiamo giustamente con coraggio, e con amore. Tutto il resto, come dici tu, è noia.

  3. Giusone Simeppe settembre 11, 2013 Reply

    «eventi televisivi come quello di settimana scorsa» … Vi prego, per l’amor del cielo, «dELLA settimana scorsa», non «di settimana scorsa». Non facciamoci contagiare dall’italiano dei bauscia.

  4. Uedro settembre 11, 2013 Reply

    Sto piangendo di commozione davanti a queste parole e al modo semplice con il quale viene descritto lo stile “vomito di parole” di Jovanotti. Grazie

  5. Stanze in affitto Milano settembre 11, 2013 Reply

    Talmente banale ed insulso che gli dedichiamo un intero articolo e che facciamo il pienone i commenti? :) well done debosciati, passate a trovarci se cercare casa in affitto piuttosto! >> StanzaZoo.com

    • il Bureau settembre 11, 2013 Reply

      Guarda, giusto perché non vediamo invasioni di annunci di agenzie immobiliari e perché ci piace questo “debosciati” :)

  6. arnaldo casali settembre 11, 2013 Reply

    La verità è che ciò che non si perdona a Jovanotti è di essere Jovanotti.

    Se lui scrive “E’ questo quello che sognavo da bambino / un po’ di apocalisse e un po’ di Topolino / un po’ di Hello Kitty e un po’ di Tarantino” allora “banalizza, e rimescola concetti semanticamente complessi”, mentre se Umberto Eco dice che le sue letture preferite sono La Bibbia, L’Iliade, Topolino e Dylan Dog, allora è il più grande intellettuale italiano.

    Se Rino Gaetano cantava “Gianna non credeva a canzoni o ufo / Gianna aveva un fiuto eccezionale per il tartufo” allora era un dadaista e un maestro del nonsense, se Jovanotti canta “Si vince e si perde, si pestano merde” allora si stigmatizzano le “misere architetture intellettuali dei suoi testi”.

    Questo articolo è la prova di quanto lo snobismo itellettualistico italiano non riesce a separare l’arte dalla politica e si sente sempre in dovere di attaccare qualsiasi figura riesca a coniugare qualità e popolarità.

    • Borys settembre 12, 2013 Reply

      Umberto Eco ha scritto “Il nome della Rosa”, per dirne uno. Rino Gaetano cantava quei testi negli anni 70, e francamente la tua citazione di Jovanotti potrebbe essere un coro da stadio di ultras ubriachi. Qualità e popolarità, se si possono coniugare, non si incarnano certo nella figura di J.

  7. arnaldo casali settembre 11, 2013 Reply

    Chiedendo perdono per il coniguntivo sbagliato aggiungo: CE LI MERITIAMO, BOLDI E DE SICA!

  8. Clarissa Stincone settembre 12, 2013 Reply

    Credo che al momento Jovanotti sia una delle figure più valide nel panorama musicale italiano. Non occorre schierarsi politicamente o criticare il sistema per fare buona musica. Come si è detto nei commenti, criticandolo, parla di emozioni. In realtà attraverso la musica riesce letteralmente a trasmettere le sue. E non mi sembra che in molti sappiano farlo.
    E’ vero che travolto dal successo ha sfornato una serie di brani molto commerciali e poco apprezzabili dal punto di vista contenutistico (in primis Il più grande spettacolo dopo il Big Bang) ma è anche vero che l’autore dell’articolo ha intenzionalmente evitato di citare i brani più intensi, talvolta di una bellezza mozzafiato, ad esempio Fango. Gli accostamenti di concetti ed i giochi di parole saranno anche banali ma sono essenzialmente immediati, originali e vivaci. Semplici, nell’accezione positiva che l’aggettivo conserva.
    Concordo pienamente con chi ha difeso il cantante e non perché sia una sua fan sfegatata, semplicemente perché è triste dover ammettere che nel tentativo di essere anticonformisti a volte si va contro quel poco che di buono la “massa” è in grado di accogliere.

  9. Canzoni Italiane settembre 12, 2013 Reply

    Ho seguito la carriera di Jovanotti sin da”inizio, ultimamente i testi sono scaduti.
    Jovanotti è così, un ragazzo semplice che parla di cose semplici, piace perché la maggioranza degli italiani sono persone semplici e ci si rivedono, e non é una battuta per dire ‘sempliciotti’, fa musica ‘facile’ che pompata per anni da tv, radio, giornali fa audience, anche se, ripeto, ultimamente é un tantino scaduta. non c’è un granché da analizzare, secondo me.

  10. Clarissa Stincone settembre 12, 2013 Reply

    Dimostri di essere veramente infantile cancellando i commenti che non condividono il tuo punto di vista.

    • il Bureau settembre 12, 2013 Reply

      Carissima Clarissa,
      Su questo blog non viene cancellato nessun commento: semplicemente, non era ancora stato approvato.
      L’approvazione serve solo a filtrare lo spam.
      Grazie.

      • Clarissa Stincone settembre 12, 2013 Reply

        Stando così le cose ti chiedo scusa…

  11. Leo settembre 12, 2013 Reply

    Ascoltate la canzone “Dammi Spazio” di Jovanotti (firmata, sottolineo, da Jovanotti, Michele Centonze, Saturnino Celani e contenuta nell’album Lorenzo 1994) e One Creed – The Ladder (firmata da Homer, Richardson e contenuta nella compilation Totally Wired 10 del 1993) ….http://youtu.be/5Yu8WHlCLm8

  12. massimo settembre 12, 2013 Reply

    mi dispiace ma chi ha scritto sto articolo è un radical shit frustato e finto intellettuale del buco del culo

  13. Angela settembre 13, 2013 Reply

    Sì, però uno che scrive ” quello DI settimana scorsa” non può criticare la pochezza linguistica di qualcun altro.

    • Alessio Dell'Anna settembre 20, 2013 Reply

      Errore riveduto e corretto, Angela. Grazie della segnalazione.

  14. Matteo settembre 14, 2013 Reply

    Ciao, torno serio (visto che i commenti ironici per passare il vaglio hanno bisogno di più di 24 ore).
    Ho l’impressione che tu sia partito chiedendoti, in modo legittimo, del perché del successo di Jovanotti. Ma nel post, poi, non rispondi.
    Semmai infili una serie di citazioni, estrapolate dal contesto, che bolli sostanzialmente come stupide. E per stupidi.
    Il dibattito sulla cultura alta e bassa, sul far coesistere qualità e pop, era già vecchio venti anni fa. E la caccia alle presunte “brutture del presente” (leggo nel tuo profilo) fatta con la penna della cattiveria è ancora più vecchia.
    Se proprio ti vuoi esercitare in questa caccia, prenditela con gli stupidi, quelli veri. Prenditela con i cattivi, quelli veri. Ti aiuto, ce n’è per tutti i gusti nel grande universo musicale e televisivo: la televisione del dolore, Gigi D’Alessio che suona ai concerti dei camorristi, le canzonacce dei Modà, vent’anni di fiction su carabinieri e polizia per cancellare dalla memoria collettiva la mattanza del G8 di Genova, Lady Gaga che per promuovere un disco si fa fotografare su una sedia a rotelle tempestata di diamanti.
    Ecco perché un concerto di Jovanotti in prima serata su Raiuno è davvero un positivo elemento di rottura, come hanno detto in molti.
    La risposta che non hai saputo darti la trovi, per esempio, in queste righe di Fernanda Pivano, che aveva sicuramente più cose da dire di me e di te. Di Jovanotti, una quindicina di anni fa, scrisse:
    “Fuori da qualsiasi influenza religiosa, le sue canzoni cantano sogni di pace, di una natura non inquinata, sogni liberi dal conformismo e dal consumismo. Cantano la gioia della musica e, al fondo di tutto della libertà. Ieri sera al concerto i ragazzi e gli adulti le sue canzoni le sapevano a memoria e le cantavano con facce sorridenti: non credo che quei ragazzi butteranno mai pietre dai ponti o accoltelleranno i coetanei alle partite di calcio”.
    Ed è solo uno spunto.
    Passo e chiudo.
    Matteo

    • Author
      Alessio Dell'Anna settembre 19, 2013 Reply

      Caro Matteo, ti ringrazio infinitamente di aver risposto, dal momento che così facendo hai dato a tutti la possibilità di capire a chi mi rivolga, o meglio, di chi io parli nel mio pezzo. Sappi che per tua informazione non spenderemo mai una riga per dire quanto siano brutte le canzoni dei Modà, nè per dire quanto siano di cattivo gusto le iniziative di marketing di Lady Gaga, nè per dire quanto sia amorale il fatto che Gigi D’Alessio, cosa di cui non siamo nemmeno certi, suoni ai matrimoni dai camorristi. Non fosse che questo tipo di argomenti ci annoia a morte, semplicemente per il fatto che consideriamo i nostri lettori in grado di scindere autonomamente argomenti che abbiano a che fare con una morale facilona come quella che tu tenti di utilizzare a critica di ciò che hai letto, da altri invece più interessanti e controversi. Non siamo fan della pedagogia “artistica” e tantomeno crediamo che la retorica del “bene” sia un metro di giudizio valido per un’opera d’arte. Apprezzerei molto di più se tu mi dicessi al contrario che non capisco niente perchè secondo te Jovanotti è il nuovo Battisti piuttosto che, a suffragio della tua posizione, dirmi che i ragazzi che lo ascoltano poi sono quelli che non vanno a buttare i sassi dal cavalcavia o ad accoltellare la gente allo stadio.

      Ho altro da fare che accanirmi su un artista che musicalmente non mi è mai interessato in modo particolare, me ne sono occupato solo perchè credo che -ma ripeto, colpa sua solo in parte- sia stato preso come simbolo di una cultura, anzi, modo di pensare, che non condivido, e che tu fra l’altro nel tuo post hai estrinsecato perfettamente.

      Concludendo, ti ringrazio dei suggerimenti ma al bagno vado già volentieri e di gusto, cerco di sudare in altri modi, e soprattutto uso le parole come mi pare e piace, sempre nel rispetto dei lettori , che peraltro ritengo abbastanza bravi da poterle comprendere. Hai visto quanto sono stato bravo a non usare la parola moralista?

      Buona giornata

      Alessio

      • matteo dicembre 4, 2013 Reply

        è evidente che la differenza tra perbenismo e civismo non ti è molto chiara.
        detto questo, se vuoi parliamo di gusti musicali, di battisti e jovanotti, ma non mi sembra il centro del tuo post.
        che invece è appunto un attacco a quell’humus “facilone” e “moralista” in cui, a tuo dire, fermenterebbe il “culto” del jovanotti-pensiero.
        ma, ripeto, la tua è una critica debole perché parte da un complesso di superiorità – questo sì un culto: quello del guardarsi allo specchio – dal quale puoi solo giudicare e mai, non dico capire, ma nemmeno interpretare.
        comunque un’espressione come “pacchetto di patatine semiotico” la vedrei bene in un libro di jovanotti+bolelli, senza offesa.

        pis&lov

        matt

  15. Matteo settembre 13, 2013 Reply

    Madonna che analisi pesante. Stiamo parlando di intrattenimento, che può piacere o non piacere. Mettiti un paio di calzoni corti e vieni a saltare due ore con noi ai concerti: vedrai che poi lavorerai meglio, la smetterai di usare parole come “semiotica” e “middle class” e “postmoderno”, sarai più sudato, meno rancoroso col mondo e forse farai la cacca con regolarità.
    viva tutto! (tranne quelli pesanti)
    Matteo

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