il bureau - Il Barcellona torna sulla Terra, passando per i tribunali

Una sperimentante prodezza dello guardo più acuto che anela al terribile, come al nemico, al degno nemico su cui provare la sua forza, da cui apprendere cosa sia la paura”.

(F. Nietzsche – La Nascita della Tragedia)

Tra mito e sport, tra filosofia e business, mai nessuna squadra come quella forgiata da Pep Guardiola ha rappresentato in questi anni un’ecc

 

ellenza così grande da diventare qualcosa di più di un fenomeno sportivo, un oggetto di un dibattito in grado di sconfinare verso politica e filosofia, e che ha forse certificato, dati alla mano, quello che da sempre i catalani sostengono di essere: Mes que un club

Giocare contro il Barcellona era un’esperienza spaventosa e inebriante allo stesso tempo, qualcosa destinato a rendere epica l’esistenza di qualsiasi squadra, anche la più anonima, almeno per novanta minuti, nel tentativo disperato di invertire una sorte apparentemente inevitabile. Sei titoli di Spagna, due Coppe del Re, tre Coppe dei Campioni, e numerosi altri trofei vinti in meno di una decina d’anni: una macchina perfetta, forse anche troppo.

Sul modello Barcellona si è ampiamente discusso in questi anni, ci si è divisi, e su posizioni nettamente in contrasto tra loro. Chi lo vedeva come un qualcosa di progressista, l’espressione di un calcio gioioso e armonico mutuato dall’Olanda degli anni settanta, chi come un modello reazionario all’insegna dell’integralismo estremo, calcistico e comportamentale, capace di rigettare nel giro di un anno anche campioni del calibro di Zlatan Ibrahimovic, poco avvezzi alla cultura “disneyana del club” (spiegato bene nel saggio divenanto subito cult di Michele Dalai).

Sicuramente in questi anni il Barcellona è stato un’entità totalizzante  per sostenitori come per detrattori, ma mai come ora l’epoca dei fasti pare essere arrivata a un momento di inesorabile quanto atteso declino.

La vistosa umiliazione in Champions patita contro il Bayern, solo minimamente lavata dalla vittoria in Liga, le preoccupazioni per la salute di Tito Villanova, i debiti societari, l’infortunio di Messi, e adesso un nuovo caso che pare essere la ciliegina sulla torta di un’annata, se non nera, perlomeno grigiastra, lasciano intendere che un’epoca sia davvero finita. Lionel Messi si ritrova indagato per un’evasione fiscale di quattro milioni di euro riguardante alcuni proventi forse non dichiarati dei diritti d’immagine del giocatore. Che sia la fine o meno di qualcosa, è l’ennesima dimostrazione che la ruota giri per tutti, anche per chi è stato per un certo periodo realisticamente considerato invincibile e -meno realisticamente- moralmente integerrimo come il Barcellona. Un godimento ancora più grande da parte dei detrattori, dato che questa volta  al centro delle polemiche c’è il simbolo della squadra catalana, e probabilmente dell’intero calcio.

Vicenda che, ironia del destino, lo accosta al giocatore al quale è stato più spesso paragonato, e del quale viene proclamato unico credibile erede: Diego Armando Maradona. Argentini entrambe, ed entrambe blaugrana. Un confronto che spesso è pesato sulle spalle della Pulce, soprattutto con indosso la maglia della nazionale albiceleste. Fra lui e la consacrazione definitiva come tutti sanno c’è un Mondiale, l’unico trofeo che impedisce gli vengano riconosciuti al cento per cento meriti ed onori delle vittorie in terra spagnola, sottolineando il divario (incontestabile) che intercorre tra la squadra di Xavi e Iniesta e quella che fu di Salvatore Bagni e Luciano Sola.

Se sia però più incontestabile questo o le magie da lui espresse sul rettangolo verde questo lo si vedrà tra qualche anno. Per il momento Messi si limiterà a contestare la maxi evasione a lui imputata, sperando che, sempre agli onori della Storia, non sia questa la sola e unica cosa che lo accomunerà con il Pibe de Oro.

Il mito della “purezza” del Barcellona e dei suoi campioni passerà forse anche da qui.

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