L'Italia a testa in giù a bordo della nave (2)
di Simonfrancesco Di Rupo

Il fabbisogno eroico della giornata dell’italiano è proporzionale alla indignazione di primo pelo verso la notizia di una disgrazia. La successiva suddivisione approssimativa in “buoni” e “cattivi”,  come attori della notizia tremenda di turno, è la messa in scena necessaria senza la quale è impossibile godere della notizia. Perché di godimento si tratta, molto più che di “informazione”, termine ormai perlopiù utilizzato come apologia dell’effettiva bulimia da notizie in cui tutti siamo coinvolti. La cronaca nera è infatti un ingrediente imprescindibile per l’alimentazione dell’italiano. Pensare la tv spenta durante i pasti rimane sempre difficile; è troppo importante cibarsi sia di notizie, sia di cibo vero e proprio; per le une la soddisfazione sta nella persuasione di prendere posizione di distacco e critica, per l’altro il sapore, il gusto e la digestione non fanno altro che rappresentare meccanismi fisiologici decisamente più sofisticati ed efficaci di uno stesso appetito ingurgitante. Si mangia il telegiornale come sfida alla digestione. L’italiano è il pescecane che quando sente odore di sangue di indiani e cowboy non sa nemmeno più perché ha fame.

Il paradosso di questi giorni: da un lato la decantatissima dispersione dei talenti, dall’altro la grande dispersività di un mondo mediatico, sia di chi lo propone, sia della stupidità di alcuni che ne fruiscono, che tende a neutralizzare la normalità del bene e del male al mondo. Non stupisce la mitizzazione immediata del comandante di capitaneria di porto di turno (vedi catastrofe “della nave”, chiameremo così il problema per non specificare ulteriormente il palinsesto previsto dalla cronaca nera impostaci) o del giocatore non avvezzo alla truffa (il calciatore del Gubbio convocato in nazionale per non aver partecipato, volontariamente, alla truffa del calcio-scommesse di cui già nel Bureau abbiamo trattato mesi fa). Il tutto mentre si esorcizza il “male”, quasi ringraziandolo, con gli eccessi di goliardia da spiaggia: bastino gli esempi della t-shirt “vada a bordo cazzo” andata a ruba il giorno dopo la pubblicazione della telefonata fra il comandante della capitaneria di porto, appunto, e “Schettino”, nome del malandrino di turno che riesce a passare da nome proprio dell’imputato a suono da pronunciare per poter schernire simbolicamente la presenza della goffaggine italiana per antonomasia, con la stessa facilità con cui si lampeggia in superstrada all’auto che conduce la carreggiata in maniera a noi non confacente. Chi siano esattamente gli “eroi” contro questa figura malefica, o quanti siano, non ha più importanza: abbiamo un nome, abbiamo un santo, per il calendario di oggi siamo a posto.

Il male come occasione di identità: da un lato me ne distacco con sdegno, da un lato lo ringrazio per avermi ricordato di non aver partecipato al misfatto. Spergiuro il concittadino sinistro nella misura in cui ha sostituito il “me” cattivo che non agisce e usa lo schermo della tv come occhio di dio.  Il “me concittadino di me stesso” che (per pura fortuità o per una sciagurata coincidenza di pigrizia o di effettiva mancanza di talento temporanea nel compiere cattive azioni) non compare, per il momento, nelle mie azioni. Il “me concittadino di me stesso” che spaccia la cronaca nera per cronaca vera, tramite il suo inappellabile giudizio, sarebbe il perfetto modus vivendi di un dio stanco o rimbecillito. Cosa a cui forse l’uomo contemporaneo aspira.

Ecco che nasce il fenomeno del Person-aggio, non come sostantivazione di un individuo, ma come accadimento, così come lo sono sciacallaggio, vagabondaggio, etc. L’accadimento come nozione simbolica, come nozione di rimando al concetto di uomo che si è sempre più distrattamente portati a confezionare nel proprio parco di “idee” ( e “idee” va inteso come corredo occasionale di sensazioni per metà proprie e per l’altra metà con il copyright del media di turno che fa sentire liberamente costretti a partecipare di una notizia):

– Sciacallaggio, ossia la prima sensazione di fronte allo scandalo: bisogna essere rammaricati perché qualcosa di terribile è accaduto. Ergo, se gente che non conosco è morta in maniera terribile, gente che conosco oppure io stesso potremmo morire allo stesso modo. Quindi, solo a questo punto, ciò che è accaduto è, di fatto, terribile;

Vagabondaggio, ossia, l’esorcizzazione, l’errare dell’opinione: qualcosa di accaduto di cui tutti possono disporre tramite media mi ha colpito, di conseguenza sono obbligato ad avere un’opinione a riguardo. Me la faccio tramite l’assist dello sciacallaggio prima menzionato, dopodiché, con il minimo di autoironia e di onestà, sento di non avere quella effettiva compartecipazione con il “sinistro”. Da qua posso permettermi di vagabondare fra la goliardia e la possibilità di associare idee fra la catastrofe precedente e quella presente, con l’inconscio pensiero della prossima catastrofe;

Naufragio, ovvero di cronaca nera si può anche morire. Il codice etico che si è pensato come presupposto della propria indignazione riesce solo ad imbastire banchetti per l’eroe da premiare e carceri per l’imputato. La notizia non mi forma, le mie azioni non cambieranno di conseguenza e semmai avranno nutrito un più vasto campo di libidine inespressa. Il codice etico non ha ancora nemmeno vinto l’appalto dentro di sé.

Tralasciamolo citandolo solamente, il sempreverde cannibalismo di Bruno Vespa, che con il suo dj set con la musica dei “Pirati dei Caraibi” nei servizi di Porta a Porta sulla disgrazia navale tanto cara alla cronaca nera di questi giorni, ci ricorda quanto l’omicidio casalingo sia roba del decennio scorso e che ora sia tempo di puntare più in alto (undici anni dalle torri gemelle e nemmeno un grattacielo importante con pioggia di cadaveri, chissà che le navi naufraganti possano, a proposito, rappresentare il futuro).

Tralasciamolo nominandolo solamente, il politico fazioso nei social network non perde occasione per sottolineare la figura straordinaria del professionista di turno che porta a compimento l’ordine etico preposto alla sua professione – spacciare per merito etico l’esercizio deontologico di una professione è il fraintendimento sul concetto di eroismo su cui questo articolo vorrebbe stimolare un’interrogazione autonoma. Allora tralasciamo e citiamo solamente anche lo spot di turno della Fiat che non perde tempo per dire che l’Italia “che noi vogliamo” comprerebbe la nuova Punto, ricordandoci per l’ennesima volta che un “noi” esiste, e che vuole qualcosa, senza che effettivamente ciò possa essere esperito da chicchessia in termini meditativi concreti di qualcosa. Un “noi” che però senza dubbio vuole comprare qualcosa, e non vuole rimanere povero, di qualcosa. Acquistare e acquisire, in questi termini, paiono sinonimi.

La mancanza nostalgica di un “noi” è fra l’altro uno degli enigmi dei tempi che scorrono nelle vene del contemporaneo. Non a caso lo si rende pubblico, grazie a quella sostantivazione, questa volta giusta, in cui consiste la “pubblicità”. Pubblic-ità per cui è nell’aria che un’Italia che “ci” piace “ci” sia. Ma questo “ci” non lo si guarda effettivamente, con scrupolo. Il telegiornale “ci” dice che i cervelli sono solo in fuga all’estero nel momento stesso in cui i cervelli di chi ci crede si lascia sfuggire il “cervello” (che uso troglodita per definire l’anima!) che magari, nell’appartamento a fianco, è nelle vesti di un musicista inespresso, di un ricercatore universitario quarantenne, nella ballerina di provincia, nell’educatore. Deve accadere una disgrazia per poter fare un solo nome di eroe, il quale magari ha semplicemente svolto il suo lavoro con correttezza. Questo non potrebbe voler dire che di individui virtuosi ce ne sono talmente tanti che l’estrazione di uno solo voglia soddisfare più la nostra bulimia di fronte alla notizia e non piuttosto una domanda genuina di italianità “che vogliamo”? Vogliamo veramente volere?

Fuor di retorica, tutto questo meccanismo nuoce ai talenti non lasciati esprimersi, così come nuoce alla visibilità di talenti invece introdotti nel mondo che compete loro. Insomma, in un mondo che gioca al cane con la coda con i “valori” (non lo dico da un punto di vista moralistico ma analitico, ossia al di dentro di questa alienazione, conscio di farne parte anche con gli eccessi di sarcasmo quotidiani che mi contraddistinguono), non dovremmo più stupirci se scalarmente ogni merito perde di legittimità e fatica a dotarsi di senso nei suoi contesti. La salvezza tuttavia sta nel pensare meglio e più profondamente quel naufragio privandosi della dogmatica dello sdegno, sia che produca sterili moralismi, sia che produca l’esorcizzazione da circo priva di qualsiasi riflessione effettiva sul “male”, parola anch’essa più vicina al suono che al concetto, ma pur sempre utile per divertirsi.

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