Tutto sommato il Liga è onesto

di Luca Riposati

Incipit.
E’ primavera, e io ho tra le mani l’equivalente di una polaroid dei giorni nostri. Se dicessi esplicitamente cos’è, mi perderei metà dell’allure della storiella. Non fa così caldo, non fa più freddo. Guido fino ai campi, in provincia, che sono ancora radi e ancora non risplendono di oro chimico. Fermo la macchina dentro ad un campo, nell’oscurità più completa. A cinque chilometri verso nord est c’è un un bordello per ricchi. Accendo i fari forti e salgo sul cofano. Comincio a scattare. Tecnicamente, sto facendo scatti di prova per il set in cui Kubrick inscenerà il finto sbarco sulla Luna. Stiamo cercando di capire se la terra basica e grassa della provincia reatina, possa sembrare il basalto lunare. Sento nell’oscurità i cani randagi correre intorno. Nessuno sa che io sono lì, e sono felice, di questo. Se quella notte è potuta andare così, il merito, in parte, è anche di Luciano Ligabue. E’ stato uno di quelli che mi ha inculcato che “this land is our land”, quando ero piccolo, e la maggior parte delle cose dovevano ancora accadere.

Ligabue è tirato. E’ secco e muscolare come i vecchi in forma sanno essere. Deve stare attento a quello che mangia, e tutti noi sappiamo che non ha mai cazzeggiato con le droghe. Ha i muscoli da personal trainer e da palestra, come i nervi della Ciccone, ma meno disperatamente tesi. Ha una magrezza sana e sudata di chi sa di essere invecchiato, e ci sta attento. Ligabue ha il sorriso di uno abbastanza onesto, tutto sommato. Se vai in giro e ti siedi sul divano giusto, con le persone giuste, al momento giusto, viene regolarmente fatto a pezzi da un lustro abbondante. Lui è un po’ meglio. E’ abbondantemente finito da dieci anni, e credo che adesso sia quasi ora di inchiodargli la bara. Ha dei meriti, ingenui e puliti, e qualche peccato abbastanza pacchiano. Ligabue è uno ok. Viene dalla prima metà degli anni 90, quando il rock n roll era di nuovo ruggente.

Quarant’anni prima, uno sfigato della provincia di Duluth scappò di casa. Raccontò le sue storie, atteggiandosi, per un po’ di tempo. Poi, come si dice in gergo, “andò elettrico”, e il discorso si fece più ampio, andando a debordare nel mito. Il primo effetto delle globalizzazione: la mia provincia è più fica della tua provincia. Senso di inadeguatezza e vergogna in tutte le altre provincie del mondo. Da noi le cose sono sempre state un po’ marginali, perché siamo l’antica periferia dell’impero, e dell’inferno. Non ci manca niente, e ci manca tutto, è evidente. Ci manca un po’ di coolness, che poi non è altro che prendere quello che hai, e spiattellarlo in faccia al prossimo con un mix di orgoglio, autorenzialità, malcelato autocompiacimento, una parte di falsa commiserazione e indulgenza.

Le strade attraversano i campi, si allontanano da una piccola città that couldn’t give you more, si inoltrano nel grano quando è estate. E’ così ovunque. I ragazzi sciamano a spiccioli via dalla piazza principale o dai pub o dai saloon, vanno a bere e fumare o drogarsi lontano. C’è un grande senso di inadueguatezza, un anelito che non sa come farsi più ampio. C’è molta ingenuità ed è facile diventare ridicoli o fragili, ed essere presi in giro. Siamo tutti provinciali.

Qualcuno, in America, ad esempio, si è dato un colpo di reni, si è tirato su. Ha dato una dignità alla propria miseria, alla propria minorità. Tra una letteratura fatta di saghe familiari e grandi depressioni, parabole fulminanti e disgraziate spesso condite dalla perdita della fattoria piuttosto che dell’innocenza, è stato facile. Ohio, è facile. Vivi in Italia, rimani con il cerino in mano, vittima di una grossa subalternità culturale e spirito di emulazione. Ma la tua provincia, è la mia provincia. Tu mi hai dato da mangiare la tua, ma io ho la mia. Sono identiche. Questa provincia, però, è la mia provincia. E qui, in questo click, in questa alzata di capo, c’è il merito, forse tutto il merito, di Ligabue. E’ stato ovvio e scontato, sfacciato e sicuro di sé, trito e fresco, risaputo ed energico. Ha fatto la nostra musica di provincia, ci ha confezionato sogni fatti in casa, stadium rock. Per qualche anno, la Via Emilia era come il Midwest. Non ne era l’imitazione, aveva pari dignità. E questa, è una grandissima cosa.

Le vecchie canzoni di Ligabue, sono semplicemente molto buone. Forse alcune sono ottime. Di fatto, fino all’arrivo dei rapper di ultima generazione, i post ideologici, chiamiamoli così, please, poca roba è stata meglio di un inno come Bar Mario, se parliamo di rock n roll da strada. Il rock n roll posa su una solida trinità: onore, tradizione, furto. L’onore sta alla base della faccia tosta che richiede il genere, il non fare il passo indietro, rifiutando ogni ovvia considerazione di opportunità. La tradizione è la puzza di vecchio che non piace alla gente che piace: il rock n roll alterna quella roba lì, pezzo veloce, ballata. E’ come il western. Se cambi troppo, viene una merda. Furto: non c’è niente nel rock n roll che non sia stato rubato a qualcun altro. Il rock n roll stesso è un furto. Se avessero avuto i soldi per comprare le idee che si sono fregati, sarebbe stato prog rock.

Questo ultimo punto è molto educativo per tutti gli stronzi che parlano di innovazione: non esiste l’innovazione. Esiste prendere quella manciata di archetipi con cui l’umanità si balocca, e riadattarli ai tempi che corrono. Funziona così per tutta l’arte. Ligabue è stato sempre dentro i canoni del genere, li ha rispettati e li ha amati, facendo musica di una sanezza infinita. Lui è un buono. Si sente a pelle, quella bontà. Ligabue, antropologicamente parlando, è incapace di qualsiasi malvagità. Oserei dire che è quel tipo di persona immune alla perversione più comune all’uomo occidentale: lui non vuole uccidere dio, sostituirsi ad esso e impazzire crepando in un delirio di onnipotenza, tra lancinanti contraccoppolpi edipici e freudiani.

Forse è perché dalle sue parti c’è l’aria buona, le donne sono belle ma non alla moda, forse perché ha fatto la gavetta, o chi lo sa. Lui si è sempre regolato, con una certa spontaneità. Questo non lo ha salvato dalla seconda parte della carriera, dove ha pigliato parecchi sfondoni. Errori tipici delle persone buone, che si condedono al mondo senza malizie né particolari efferatezze. Per quanto ci possa sembrare strano, non tutti sono morbosamente attratti dallo smembramento artistico dei corpi.

In perfetta buona fede, Ligabue ha fatto alcune cose decisamente inopportune (“ributtanti”, nel testo originale). Iniziò più o meno con un tour in acustico nei teatri italiani, buttando a mare il repertorio elettrico in favore di pezzi come “Piccola stella senza cielo” o altra roba che nei suoi stessi album era poco più che un riempitivo. Lo ha fatto dopo alcuni passaggi a vuoto, i tipici album brutti che infestano la discografia di qualsiasi grande rock n roll band. Lui si è spaventato, probabilmente, ed essendo buono, ha sentito l’urgenza di metterci una pezza, alzando il tiro.

Qualche tempo dopo, sempre essendo buono, non ha ritenuto opportuno mettersi a fare l’indie radical chic, negando astiosamente i suoi pezzi movimentati alla pubblicità. Scrivere un singolo ritagliato addosso al prossimo spot di una compagnia telefonica, non è esattamente la cosa migliore che potesse fare. Ma cosa avrebbe potuto fare? In una fase simile, Bruce Springsteen la buttò allegramente sulle cose serie, abbandonandosi ad una interminabile riflessione sull’America post 11 settembre. Ma quella fu una mossa obligata. Ligabue non poteva andare in quella direzione. Non ci stanno i grattacieli, a Correggio.

Avrebbe forse potuto fare come Neil Young? Vista la mal parata, Young si mise a tavolino, e senza tradire la minima incertezza, scrisse una mezza dozzina di album brutti, dalle copertine molto minimali e polverosamente eleganti. Le canzoni erano cantate con dedizione. Ma nella maggior parte stonava, e pure i fan più accaniti hanno qualche difficoltà a citarne i titoli. C’era un album con la cover molto bella, di un azzurro slavato, con una grossa stella bianca nel mezzo. Le canzoni erano tutte storte. E’ probabile che non sia stata fatta alcuna promozione.

Piuttosto che tirar fuori roba giusta e pulita, sarebbe stato molto divertente vedere Ligabue partorire degli album assolutamente sbagliati e poveri, ma almeno non così ipocritamente energici, e strombazzati. Ma sarebbe stato impossibile, perché Ligabue ha le sue fisse, non ultima la grandeur celebrativa che lo porta ad amare i mediani scarsi con i piedi, eredità di un pauperismo che a noi viveur e bourgeois provoca un sincero ribrezzo, come tutte le cose oneste. Ci turiamo i nasini alla francese, e sbirciando tra le gambe della ragazza sulla poltrona, mandiamo giù altro gin.

Mentre Ligabue insiste a sporcarsi la mani sui megapalchi, in raduni oceanici in mezzo all’estate, con gli idranti che schizzano le magliette delle fan in bikini e l’erba del Campovolo diventa fango, proprio come a Woodstock. Dove, per entrare, si pagava un bel biglietto alle majors, che con grande lucidità avevano subito pigliato gli hippie per quel che erano: un target commerciale. E’ questo il senso finale: il rock n roll è un sincero inganno. E puoi imbrogliare qualcuno per molto tempo. Molti per poco tempo. Ma non puoi imbrogliare tutti per sempre. Everything must pass, Luciano.

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2 Comments

  1. Logan agosto 29, 2011 Reply

    Mah…un po’ troppo generoso. Ligabue è scoppiato artisticamente, ma prima ancora è insopportabilmente “radical chic”. E’ un pensatore debole (come molti, per carità) che commette il peccato di sentirsi importante (“Il mio canto utile”, a chi?) perché, avendo del tempo libero, ha letto due libri. Ogni sua apparizione (quanto gli piace timbrare il cartellino in tutte quelle manifestazioni in cui può passare per intellettuale) in realtà è una sequela di frasi fatte, di una retorica spaventosa. Si prende dannatamente sul serio e onestamente trovo tristissimo che voglia impersonare, e che molti considerino, un esponente di peso della controcultura.
    Insomma, il suo seminato erano la pianura, il bar, la gente di provincia…quando ha iniziato a parlar d’altro… patetico. Alla fine è un Max Pezzali (il fifty, le disco…) solo più esaltato.
    “Credo che ci voglia un Dio ed anche un bar” è una frase che andrebbe messa nel dizionario alla voce “pensiero debole”…imbarazzante.

  2. Linda dicembre 16, 2011 Reply

    Concordo con Logan.

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