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di Alessio Dell’Anna

In questo periodo di confusione e grandi rimescolamenti politici si parla continuamente di moderati, di liberali , ma mai come in questo convulso passaggio fra seconda e terza Repubblica questa categoria pare essere sempre più difficilmente identificabile e confusa dietro la fumosa coltre dei giochi della politica. Oltre a questo, vent’anni di berlusconismo e antiberlusconismo non hanno aiutato il Paese a dare un volto critico alle proprie scelte, e al di là degli schieramenti, mentre i partiti latitano, e la destra fatica a darsi un’identità che sappia lasciarsi il Cav. alle spalle, ci si chiede cosa manchi a questo paese perché si possa avere finalmente un polo liberale dal volto moderno.

A tal proposito, abbiamo intervistato Raffaello Morelli, ex vicesegretario del PLI negli anni ottanta, e oggi presidente della Federazione dei Liberali Italiani.

ilBSignor Morelli, ci siamo chiesti più volte se davvero le ideologie, destra e sinistra, non si avviino ad essere superate, ma le chiedo, essere liberali ha davvero a che fare con le ideologie? E che cosa significa esserlo in Italia oggi?

RM-Effettivamente le ideologie non sono altro che modelli supposti ad indicare, di volta in volta, come  il mondo dovrebbe arrivare ad  essere per sempre. Dunque, anche se non ci si pensa, tutti questi modelli sono destinati  fin dall’origine a venir superati dal tempo che passa. Per questo applicare una ideologia nello stabilire i modi di convivere  non può funzionare, dato che ogni cittadino, in quanto appunto cittadino, vive di tempo e nel tempo . Il liberalismo è un metodo per affrontare i problemi della società fondandosi sull’esercizio del senso critico e dei risultati sperimentali di quanto accade per compiere le scelte migliori atte a garantire la libertà effettiva di tutti. Per tutto ciò, essere liberali in Italia oggi vuol dire la stessa cosa di ieri, e cioè proporre la libertà individuale come ragione che non si stanca di combattere, per usare il detto di un famoso liberale,  professore alla Cesare Alfieri di Firenze mezzo secolo fa.

ilBMa perché allora fanno così fatica ad essere identificati?

RM-I liberali non fanno fatica ad essere identificati, al contrario sono troppo chiaramente identificabili e per questo tenuti nascosti dai mezzi di comunicazione, che compiono il grave errore concettuale di ritenere la politica solo gestione del potere e non confronto tra idee e progetti sulla convivenza. In più va detto che il clima storico italiano non è favorevole ai liberali. L’Italia è un paese dove c’è stata la Controriforma senza vi sia stata prima la Riforma. Dove ci sono stati decenni di attacchi da parte della Chiesa per quell’abolizione cavouriana del potere temporale che oggi la stessa Chiesa riconosce apertamente essere stato un vantaggio per essa stessa. Dove le sinistre hanno ciecamente accusato il liberalismo di essere programmaticamente contro i lavoratori quando i grandi  cambiamenti economico sociali sono stati teorizzati da due grandi liberali inglesi negli anni ’30 e ’40, Keynes e Beveridge. Dove il vigente Statuto dei Lavoratori nel 1970 venne votato dall’opposizione liberale ma non da quella del PCI.

ilBIn Italia comunque fino a poco tempo fa c’è stata una contrapposizione fra destra e sinistra molto forte, che è sublimata poi nell’ultimo ventennio nello scontro tra berlusconiani e antiberlusconiani. Oggi gli italiani sono un popolo che vede ancora tutto bianco o tutto nero, o qualcosa è cambiato?

 RM-Questa contrapposizione è indubbia ma è sintomo di una malattia patologica. Quella di concepire la politica come scontro tra eserciti, quello del bene contro quello del male. Non deve essere necessariamente così. La  politica è un conflitto democratico tra proposte diverse sul come intervenire sui modi di convivere, dando regole e assumendo iniziative. Le elezioni non sono una partita di calcio. Ed invece in Italia si affrontano le elezioni come una stracittadina, pensando a fare il tifo più che a soppesare il gioco svolto. Poi, quando le scelte fatte producono esiti insoddisfacenti, talvolta disastrosi, non è che la volta dopo si ragiona in un altro modo, c’è la tendenza a ripetere tutto. Gli italiani propendono a giudicare sempre stando di qua o di là. E questo cozza contro la realtà delle cose, che richiede la politica come confronto sulle idee e i progetti. E’ urgente che in Italia si scopra anche l’approccio liberale e si voti non come tifosi ma come cittadini critici che operano per costruire una società aperta, fondata sulla sovranità dei cittadini non solo a parole.

ilBSenza voler fare paragoni troppo azzardati, c’è la sensazione che gli italiani abbiano sempre preferito cercare “l’uomo”, o il partito della“provvidenza”  più o meno contornati dal vento dei vari populismi (penso all’epopea dell’Uomo Qualunque, poi la Lega, e ora Grillo) piuttosto che affidarsi a soluzione più “moderate”. Come mai questa tendenza?  C’è del vero nel dire che gli italiani, come dichiarò amaramente in un’intervista Mario Monicelli, hanno la tendenza a voler essere “dominati”, a cercare sempre qualcuno che pensi per loro?

RM-Appunto. In pratica è così. E infatti la radice dell’equivoco si può trovare nella totale distorsione di cosa voglia dire moderati in termini politici. Ai tempi di Cavour i liberali si chiamavano moderati per distinguersi dalle proposte rivoluzionarie ed insurrezionali, che c’erano e che venivano praticate. Ma la politica moderata era profondamente riformatrice. Basti pensare all’abolizione degli ordini mendicanti, perché davano un messaggio incoerente con la necessità di valorizzare il criterio del lavorare per vivere producendo. Con il passare dei decenni, moderato è divenuto sinonimo del suo opposto, cioè di politico restio a compiere riforme e dedito solo a conservare il potere gestendolo in modo disinvolto. Anzi, si è fatto intendere che, per fare le riforme, occorreva la lotta di classe, poi il compromesso tra i partiti di massa e infine la scelta del partito del bene. In tutte queste accezioni, la fonte del potere non è la sovranità del cittadino. Obiettivamente Monicelli ha colto un carattere profondo della mentalità italiana, barattare i propri diritti di cittadinanza cedendoli al signore di turno in cambio di una promessa aleatoria di favori terreni. Il rischio – o meglio una certezza, sulla base dell’esperienza – è che quell’italiano verrà raggirato e non avrà né favori duraturi né reali diritti politici. Ma ciononostante si continua a battere la strada del sognare, la soluzione facile (la forsennata campagna qualunquista   condotta da vari anni dal maggior quotidiano italiano contro la casta dei politici, come se i politici non fossero scelti dai cittadini), del protestare senza proporre e dello sperare negli uomini nuovi e forti che in concreto ripropongono soluzioni vecchie dei soliti populismi autoritari, come assistiamo oggi col grillismo. A questi cittadini pare di esercitare un grande potere, mentre vi rinunciano sempre di più ad ogni passo. Urlare non serve a niente, si può essere pacati e insieme molto determinati nello scegliere provvedimenti che lavorano in favore della libertà del cittadino, di tutti.

ilBÈ per questo che nella storia dell’Italia repubblicana ha sempre fatto fatica ad affermarsi un partito  liberale forte, laico ed europeista? Come si spiega questa anomalia?

RM-Con l’insieme delle ragioni che ho illustrato fin qui. Gli italiani tendono a preferire le promesse ai risultati. Non pensano al meccanismo del costruire qualcosa attraverso un progetto fatto di pezzi specifici. Pensano che vi sia un edificio confortevole già costruito da qualcuno e che il solo problema sia ottenerne le chiavi per poterlo usare a piacimento. Eppure noi liberali non demordiamo e continuiamo a presentare le nostre proposte, che non parlano di tutto e che sono realiste, e lo stiamo facendo anche oggi con il documento “I liberali, perché insieme e come” che si può vedere sui nostri siti come www.liberali.it e www.liberalitaliani.org. I partiti non sono stati in complesso capaci di svolgere il loro compito, ma non è che hanno usato i carri armati. La responsabilità è soprattutto  dei cittadini che non utilizzano bene il loro diritto di voto. Però la democrazia è anche questo. Confidiamo che la cruda realtà possa ricondurre a comportamenti più virtuosi.

ilBVoi siete stati fra i primi a dimostrare che si può essere liberali anche nel centrosinistra, partecipando alla fondazione dell’Ulivo nel 1995: come giudica l’esperienza con tante realtà politiche diverse?

RM-L’esperienza di ciascun cittadino è sempre tra realtà diverse. E dunque noi liberali non abbiamo fatto nulla di speciale, almeno dal nostro punto di vista,  dato che giudicavamo negativamente l’impostazione di Berlusconi in termini liberali. Abbiamo sì contribuito anche noi alla vittoria dell’Ulivo del 1996 e siamo stati anche determinanti nella scelta delle tesi elettorali dell’Ulivo, quella del doppio turno di collegio, che il PLI aveva formalmente deciso  già sei anni prima, unico dei partiti dell’epoca. Solo che parallelamente, dal 1997, da un lato la Bicamerale presieduta da D’Alema non ritenne di varare il doppio turno che stava nelle tesi della maggioranza (l’Ulivo) e in quella della minoranza (Forza Italia) per assurde furbizie tattiche autolesioniste, e dall’altro l’Ulivo si dette da fare per escluderci dal suo seno, rei di aver capito subito che la prospettiva di Prodi e Parisi era  trasformare l’Ulivo da coalizione di partiti a partito unico indifferente ai filoni culturali e di denunciarla con decisione. Così come dieci anni dopo fummo decisamente contrari alla costituzione del PD sulla medesima impostazione di potere.

ilBGià, il PD; le primarie sono ormai alle spalle e Renzi ne è uscito sconfitto. Molti lo vedevano come il nuovo possibile leader liberale, e fra quelli che avevano scelto di sostenerlo al secondo turno c’eravate anche voi: ci spiegate i motivi di questa scelta? Sarebbe lecito ora per lui pensare a un nuovo partito, come qualcuno gli ha consigliato, o la scelta di rimanere nel PD a dare il suo apporto alla campagna di Bersani si rivelerà più intelligente?

RM-Non va fatta confusione. Renzi non è un liberale, non lo era prima né vuole esserlo ora. Per cui l’auspicio che fosse il nuovo leader liberale seppure a sinistra è privo di senso. Questo non contraddice il fatto che al secondo turno delle primarie della sinistra noi liberali avremmo voluto sostenerlo, cosa poi risultata impossibile perché si è scoperto che le primarie, dichiarate aperte da Bersani a ottobre, erano invece chiuse i primi di dicembre. Quello che approvavamo in Renzi era l’obiettivo di avviare un cambiamento rispetto ad una logica conformista e burocratica del PD. Questo ci pareva significativo per tutti, ma al di là dell’esito delle primarie pensiamo che comunque un cambiamento sia stato innestato nel PD. Tuttavia ciò non significa che debba tradursi in una scissione nel PD. La logica della scomposizione degli schieramenti è concettualmente parecchio errata, significherebbe pensare in termini di alleanze del bene e del male. La realtà non è così, di conseguenza basare un progetto su questa logica può essere visto solo come una nuova operazione mediatica senza contenuti realmente riformatori.

ilBA proposito, sembrerebbe che l’esito delle primarie del centrosinistra possa aver condizionato Mario Monti a prendere parte a una lista centrista nelle prossime elezioni; in molti nel “centro” (per qualcuno “centrino”) pensano che possa essere lui l’uomo giusto per dare finalmente una casa ai cosiddetti “moderati”. Ma sarà veramente così o c’è bisogno anche di altro?

RM-Che Monti sia un tecnico di vaglio molto ben visto dalle cancellerie europee, è sicuro; che sia anche culturalmente vicino all’area più aperta dei popolari conservatori europei, lo è altrettanto; che pensi di valutare lui il grado di adesione dei partiti alla sua Agenda, lo ha dichiarato di persona; ma che sia l’uomo giusto per dare una casa ai moderati, è tutto ancora da dimostrare. L’Agenda Monti, al di là della vulgata, è intrisa delle abituali impostazioni che tendono a far dipendere i cittadini dall’intervento pubblico, non dalla loro voglia di intraprendere. Tanto che esplicitamente rinvia la riduzione delle imposte a quando sarà migliorata la condizione economica complessiva, e i dati della produzione non migliorano. E’ un cane che si morde la coda. Non a caso, si insiste sulla necessità di mantenere le imposte che ha messo, dall’IMU e alla Tobin Tax, che oltre tutto sono congegnate in modo da colpire l’una il solito settore immobiliare anche per la prima casa (che pure è una necessità esistenziale del cittadino) e l’altra, essendo fissa, soprattutto gli investimenti dei più poveri in proporzione. Non a caso Monti non prevede regole stringenti per le attività finanziarie, che, alle dimensioni professionali, restano le poche imprese ad avere tutt’oggi in Italia utili molto rilevanti.

Insomma, dall’avvio di metà dicembre in poi,  Monti non ha avuto il passo deciso del riformatore liberale che punta a meno Stato e meno vincoli al merito dei cittadini. Per dar voce politica ai liberali occorrono idee più chiare, programmi meno burocratici, comportamenti molto più coerenti; IMU sì oppure da rivedere, nessuna linea sui temi dei diritti ed etici, la pretesa di rappresentare ogni cultura, incluso quella liberale, dicendosi insieme popolare europeo, l’affidare la scelta dei candidati politici nella sua lista a un tagliatore di teste mai occupatori di progetti politici, sfruttare il ruolo di governo tecnico dimissionario per proporsi come  candidato, cosa mai avvenuta nel dopoguerra, addirittura autodichiarandosi scelta civica, come se alla  convivenza partecipata pensasse solo luiNon è che le alte burocrazie che hanno fatto le leggi contorte appaiano più credibili dei parlamentari eletti finora. Il complesso di questi atteggiamenti rende chiaro perché i liberali non daranno il loro voto alla Lista Monti.

 

 

 

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